Osservazione, curiosità, autenticità: ecco come agire bene sui social


Osservazione, curiosità, autenticità: ecco come agire bene sui social

Mi piace molto il momento in cui qualcuno entra nel team per la prima volta, quel momento in cui cerchi di capire chi hai di fronte, chi è veramente. Quando osservi. Osservi i suoi gesti, le parole che usa, il tono di voce, le sue espressioni, la sua presenza.

Succede lo stesso anche di domenica al parco: osservi le persone da una certa distanza, cerchi di leggere oltre le formalità, cerchi di osservarli nella loro autenticità. Personalmente amo quei momenti in cui una persona si rivela. Per me la curiosità e l’osservazione sono gli unici modi per affrontare la realtà.

Il lato social di Moskito

Fino a poco tempo fa, se mi avessi chiesto di creare una campagna social, non avrei saputo esattamente cosa fare. L’unica certezza sarebbe stata quella di ogni graphic designer: riuscire a mettere insieme e in equilibrio un visual e un testo. All’inizio facevamo proprio questo per non sbagliare, ma può bastare?

Una campagna è un’altra cosa. Creare una storia che si leghi al prossimo post, capire quali strumenti funzionano meglio di altri, studiare i risultati, sistemare il tiro, migliorare e riprovarci… Questa è un’altra storia.

Cosa è servito per imparare? Curiosità e osservazione.

Provi, osservi, studi, apprendi e riprovi. E guardi i risultati. Che cosa viene notato, che cosa ottiene click e like? Che cosa funziona meglio? Ed è qualcosa che ti segue anche fuori dall’ufficio.

All’inizio si va a tentativi, è normale. È così che si inizia ad imparare, sperimentando.

Ad un cliente puoi raccontare dati e risultati. Ma per arrivare a quel momento, devi continuare a guardare cosa fanno gli altri, a pensare fuori dai binari e a provare.

Non esistono attività preimpostate con i social, non ci sono manuali: tutto è qualcosa di nuovo che si evolve in tempo reale. Se anche scrivessi un libro oggi, sarebbe già vecchio il giorno della pubblicazione.

Fare dei social il proprio lavoro

È stato fondamentale per noi di Moskito confrontarci con un esperto del campo. Abbiamo esaminato tantissimi casi studio e siamo stati guidati nel capire il senso del loro successo. Perché i parametri del successo di una campagna sui social sono molto diversi rispetto ad altri canali e sono spesso del tutto sorprendenti.

Abbiamo anche capito i meccanismi economici alla base di un investimento sui social. Definire un budget per una campagna tradizionale è decisamente un processo più lineare.

La vera enorme novità introdotta dai social è come l’investimento sia cucito su misura rispetto al target. La possibilità di hyper-targettizare una campagna apre a tantissimi scenari che possono diventare paradossalmente l’inizio del concept creativo.

In Italia ci sono pochissime agenzie che si occupano consapevolmente bene di campagne social. Una di queste è di sicuro We Are Social. Sono nati per questo e continuano a fare un lavoro notevole.

Ma noi di Moskito non vogliamo diventare come loro. Il nostro orgoglio è la volontà di offrire ai nostri clienti una serie di strumenti capaci di lavorare in maniera sinergica tra loro. I social sono uno di questi. E riuscire a metterli a sistema con tutto quello che già facciamo e continueremo a fare è esattamente quello che vogliamo.

In realtà quando lavori con il Digital Marketing e il Design della comunicazione non puoi dire con esattezza quello che sarai tra 10 anni. La certezza che hai è che solo restando curioso e aperto, capirai la direzione da seguire.

Parafrasando Italo Calvino e Carl Rogers, noi siamo il risultato di una successione di fasi, in cui conoscere sempre la propria direzione ha più valore di sapere qual è la destinazione stessa.

Prima gestire i social ci spaventava. Ora, dopo circa 8 mesi dal primo brief, ci sentiamo sicuri. Il timore di non essere in grado prima o poi lascia spazio al coraggio di riuscire. Accetti una nuova sfida, impari e cresci. E poi ancora un’altra, una nuova tecnologia, una nuova strategia.

Trovare un tono di voce che sia autentico

Per avere un approccio vincente sui social media, l’autenticità è la chiave.

Di donne molto belle e felicissime di essere in regime alimentare controllato, il mondo della comunicazione non ha più nessun bisogno. Noi ora vogliamo un ragazzino che morde un hamburger con le guance ricoperte di ketchup.

Autentiche sono le cose che ti sorprendono, quelle che ti fanno ridere, quelle che, qualsiasi cosa tu stia facendo, ti fanno sentire coinvolto.

I momenti di vita reale. Lo sguardo sui volti di chi con un gesto atletico riesce ad assottigliarsi tra le porte della metro che si stanno chiudendo. Siano loro manager, sedicenni o fashion blogger, le loro espressioni in quell’esatto secondo (prima di “rientrare in ruolo”) dicono solo “cazzo ce l’ho fatta”. Quella è autenticità. E colpisce tutti senza distinzioni.

Essere autentici significa essere colti senza nessuna maschera. O scegliere di metterla via, che tu sia un Brand o un libero professionista. Sui social, smetti di parlare come un software gestito dal reparto Marketing e inizi a parlare come un essere umano, traducendo le esigenze di azienda in vita di tutti i giorni.

Breaking news

Barack Obama è stato un esempio notevole su questo tema. È stato uno dei primi leader della politica mondiale a utilizzare Twitter sotto una luce personale. Il giorno dell’uscita della seconda stagione di House of Cards aveva twittato al mondo: No spoilers please. E in quel momento ti sembra di vedere lui, sul suo divano esattamente come te quella stessa sera.

Se il Presidente degli Stati Uniti d’America può parlare con la sua vera voce, perché non può farlo la Audi? O la Nike?

Certo, la parola “autentico” è una lama a doppio taglio. Esserlo significa che alcune persone capiranno e ci crederanno, altre no e a loro non piacerai affatto.

Ma, secondo me, per troppo tempo nel mondo della comunicazione ci siamo affidati a un’idea limitata e limitante di come debba essere un “tone of voice”. Corretto, impostato, autorevole, accademicamente convincente. Ma i social media nascono per far parlare di se stessi (con le luci e le ombre che questo implica), quindi stanno positivamente forzando le comunicazioni a essere più personali, meno filtrate.

Alcuni Brand lo stanno già facendo benissimo. Ad esempio una campagna Ford per San Valentino. Dubito che qualcuno regali un’auto per l’occasione, eppure hanno realizzato una campagna stupenda invitando le altre case automobilistiche fuori per cena, chiedendo loro di rispondere.

Chi avrebbe mai pensato di coinvolgere in una campagna i propri competitor fino a nominarli? È una cosa che non si fa? Non dovresti chiamarli in causa? Dovresti fare finta che non esistano se non nelle analisi di mercato? E se invece ti piacessero? E ti andasse di parlare con loro? In una ipotetica cena fuori? Questo rompe le regole del gioco. E non lo fa né nella correttezza né nella scorrettezza! Semplicemente apre le porte a qualcosa di nuovo, in tempo reale sotto gli occhi di tutti, anche solo per far sorridere.

La saggezza della folla

Se vi viene voglia di riacquistare un po’ di fiducia nell’umanità, vi consiglio di leggere La saggezza della folla di James Surowiecki.

Nel libro c’è un passaggio in cui l’autore spiega che se chiedessi ad un persona di stimare le dimensioni di un tavolo senza quindi poterlo misurare, difficilmente indovinerà. Eppure, se facessimo la stessa domanda a una scolaresca e ricavassimo la media aritmetica di tutte le risposte, ci ritroveremmo davanti alla misura quasi reale di quel tavolo. Chi mi conosce lo sa che ci ho provato immediatamente appena ne ho avuto occasione e giuro che è vero.

Questo mi ha insegnato una cosa, che si rivela anche molto vera circa i social network. La folla ha il potere di riconoscere ciò che si rivela autentico. Lì fuori è pieno di ogni tipologia di essere umano e sono convinta che, liberandosi dal pregiudizio di chi sia un “idiota” e chi un “illuminato”, la cosa bellissima è che quando una cosa viene percepita come autentica, probabilmente lo è. Perché se una campagna è artefatta, soprattutto sui social data la velocità con cui tutto viene letto, chi parla non ne ricava molto.

Vita di P

Io sono arrivata qui il 4 febbraio del 2013. A parte Giulia ed Evelina, ero la sesta arrivata. Il quinto era arrivato 2 giorni prima di me. Allora non me ne rendevo ancora conto, ma eravamo il nucleo di Moskito.

Durante il colloquio ricordo Giulia ed Eve furono molto chiare. C’è qualcosa di grande per un cliente molto grande che sta arrivando. E servivano persone per affrontare tutto questo. Ho molto apprezzato il loro modo di essere chiare e dirette su questo. È stato un bel momento. Erano determinate a trovare la persona giusta che potesse iniziare a risolvere un po’ di cose subito.

Guardando indietro, quello è stato il momento in cui Moskito Design ha iniziato a diventare qualcosa di diverso e anche se questa sensazione non era ancora manifesta, era chiaramente nell’aria.

Credo che i colloqui non siano univoci come siamo abituati a pensare. Ci si studia sempre a vicenda. Alla fine del colloquio, ricordo chiaramente di aver chiuso con un “Comunque vada, ci tenevo a fare le mie congratulazioni”. Chiaramente ci ho pensato dopo che potesse sembrare una cosa da lecca-culo, ma giuro che l’ho detto solo perché l’ho pensato davvero. Ero rimasta sconvolta perché durante tutti i colloqui fatti a Milano mi era sembrato chiaro che la situazione fosse di una tristezza infinita. Agenzie che perdono clienti, clienti che attuano spending review, budget sempre più bassi.

Invece Moskito Design mi era sembrato un piccolo universo in espansione verso qualcosa di davvero importante. E alla fine, mi sa che il colloquio è andato bene!

Cosa so e cosa ho imparato

Su questo blog abbiamo parlato molto della nostra crescita professionale e di cosa vuol dire iniziare quando si è ancora piccoli. Ed è vero perché molti dei nostri designer arrivano dopo aver appena finito gli studi e scoprono di dover imparare tutto.

Quando sono arrivata qui, io avevo già passato qualche anno in un’agenzia molto grande, che lavora per lo più con il Brand Design e la Segnaletica. Non serve che io dica quanto lontani quei due mondi siano dal digital commerce – il tempo tra il brief e l’esecuzione finale era un processo molto articolato e lungo – ma io ho avuto la (s)fortuna di occuparmi di progetti anche abbastanza complessi con spesso chiare (e distruttive!) deadline. Quindi ho in qualche modo dovuto imparare a essere efficiente.

Dal punto di vista della relazione con i clienti ero già pronta. Anche troppo! L’agenzia in cui lavoravo aveva la sua sede principale a Roma per cui a Milano per un lungo periodo ho lavorato solo io come designer. Avevo il mio project manager e occasionalmente un aiuto sulla grafica. Sono cresciuta ogni giorno con la consapevolezza che dovevo cavarmela da sola in qualche modo. Una volta qui a Moskito ho subito iniziato con lo stesso approccio e la stessa iniziativa e ricordo di aver anche ricevuto un richiamo per questo! Ora mi fa sorridere, ma davvero lo ricordo come fosse ieri perché lì ho capito cosa significa lavorare in team e non sentirsi individualisti.

Ho scoperto che le persone con cui lavori diventano parte di te. Ci sono persone con cui magari all’inizio non c’è affatto confidenza, poi pian piano capita il progetto che finisce per unirti. La sfida di una deadline che sembra impossibile. La comprensione congiunta di feedback incomprensibili. Piccole cose che ti portano a sentire un legame che spesso ti fa anche affrontare i periodi più duri con il sorriso.

Avere colleghi è una cosa che ho imparato lavorando qui. Ed è qualcosa a cui adesso non rinuncerei mai.

Crescere nel gestire

Ho dovuto crescere in fretta. Perché tutta l’agenzia stava crescendo.

Adesso siamo davvero tanti. Ricordo agli inizi il momento in cui il mio carico di lavoro iniziava a diventare troppo per me e Giulia mi ha guardato negli occhi dicendomi “Paola stiamo per prendere un aiuto per te.” E ricordo la sensazione di sollievo che ho sentito. Bellissima.

Piano piano impari a gestire e a guidare le persone che hanno te come riferimento – ma all’inizio non sai davvero da dove cominciare.

Sai che devi dare il brief, spiegare il brief. Sai che devi dare feedback. In maniera sincera.

Ma non sai come dare feedback. Non vuoi essere troppo severo, ma neanche troppo leggero e scherzoso.

Trovare il giusto equilibrio è difficile. Anche perché sono colleghi con cui magari c’è anche il legame umano di cui parlavo prima.

Ma poi impari e arrivi a un punto in cui ti vedi dall’esterno e dici “Ok posso farlo e posso farlo nella maniera giusta”. E da lì, inizi a fare tutto con naturalezza.

Adesso quando devo dare feedback dubito molto meno di me stessa. Non spreco quel tempo extra a pensare “lo dico o non lo dico”? Semplicemente dico. Nella maniera più autentica che conosco.

E so che chi lavora con me tutti i giorni mi conosce e mi capisce.

Ora sono più rilassata anche quando arriva una nuova persona.

La osservo e cerco di capire come lavora e come pensa. E come risponde agli stimoli.

E impari piano piano cosa è meglio fare per aiutarli a lavorare e a consegnare una campagna.

Ma chiaramente, i dubbi ce li ho ancora. Ed è proprio lì che mi rendo conto della fortuna estrema che è per me non sentirmi mai sola qui.

Ultime cose

Ah! Due ultime cose. Fare questo lavoro per me significa trovare un’idea in un mondo che ancora non esiste e mettersi nelle condizioni per portarla nel mondo della realtà. Per la fase 1 consiglio la lettura di Le città invisibili di Italo Calvino. Fantasia e visioni intuitive. Per la fase 2  L’arte della guerra di Sun Tzu. Controllo e determinazione.

 

In Moskito Design non si smette mai di imparare.

[Immagine a cura di Milo Angeloni.]

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